Gli Stati Uniti sono l’“Impero del male”?
Il segretario di Stato americano Marco Rubio, partecipando alla Conferenza sulla sicurezza, che si è tenuta il 14 febbraio al Bayerischer Hof Hotel di Monaco, ha tenuto un ampio e articolato discorso, in cui ha ribadito che Stati Uniti ed Europa fanno parte di un’unica civiltà e devono unire le loro forze per combattere i comuni nemici interni ed esterni. Eppure gli Stati Uniti, per molti conservatori e cattolici di orientamento tradizionale, costituiscono una sorta di nuovo “Impero del Male”.
Martin Heidegger è stato il filosofo che ha elaborato la forma più duratura dell’antiamericanismo nelle sue molteplici versioni: gli Stati Uniti come emblema della modernità “catastrofica”, dominata da tecnologia, consumismo, uniformità e assenza di senso storico (cfr. James W. Ceaser, A genealogy of Anti-americanism, “The Public Interest”, Summer 2003, pp. 3-18). Queste idee, esposte dal filosofo tedesco negli anni Trenta del Novecento, furono riprese dal nazismo e, dopo la guerra, dalla sinistra europea, diventando un pilastro del pensiero anti-americano contemporaneo.
C’è sempre stato un antiamericanismo di estrema destra, quello di coloro che non perdonano agli Stati Uniti di aver determinato la sconfitta delle potenze dell’Asse, con la loro discesa in campo nella Seconda guerra mondiale. Questo antiamericanismo oggi ha ripreso vigore in alcune forme di neo-nazionalismo populista, che ripropongono il fascismo e il nazionalsocialismo come modelli politici positivi.
C’è stato poi un antiamericanismo di sinistra, che non perdona agli Stati Uniti di essere stati il baluardo anticomunista negli anni della Guerra fredda, impedendo la vittoria del comunismo internazionale. Questo anti-americanismo ha avuto il suo sviluppo nel movimento No-global e in quello Pro-pal.
Oggi però si è aggiunto un antiamericanismo di matrice cattolico-conservatrice, che rifiuta gli Stati Uniti perché essi, per la loro matrice puritana e liberal-illuminista, rappresenterebbero un modello di pensiero antitetico a quello della tradizione cattolica. Questo antiamericanismo si accompagna spesso ad una simpatia verso regimi come la Russia di Putin o, addirittura, l’Iran dell’ayatollah Alì Khamenei, considerato un baluardo contro lo Stato di Israele, espressione per eccellenza dell’essenza negativa dell’Occidente.
Eppure, la superficialità di questa narrazione dovrebbe balzare agli occhi. La Rivoluzione protestante non è nata in America, ma in Europa, dove ha raggiunto le sue espressioni più radicali con gli anabattisti e i Levellers della Rivoluzione inglese. In America, puritani, mennoniti e quaccheri, moderarono e non accentuarono le posizioni radicali che avevano assunto in Europa. La chiesa evangelica costituisce oggi uno dei maggiori serbatoi di voto conservatore per il Partito Repubblicano.
La Rivoluzione americana, che ha preceduto quella francese, ha poco o niente a che fare con quella del 1789. La Dichiarazione di Indipendenza del 1776 afferma l’esistenza di una legge naturale che precede il governo della società, mentre la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789 li fonda sulla pura autodeterminazione della volontà.
La Rivoluzione francese fu essenzialmente una rivoluzione ideologica, figlia dell’Illuminismo; la Rivoluzione americana fu soprattutto una guerra di Indipendenza. A illustrarne per primo le differenze fu, nel 1800, Friedrich von Gentz (1764-1832), segretario e amico del principe Clemens von Metternich e uno dei principali architetti della Restaurazione, dopo la caduta di Napoleone (The American and French Revolutions Compared, Henry Regnery Company, Chicago 1955).
Uno dei più lucidi studiosi di scienza politica del XX secolo, Eric Voegelin (1901-1985) ha spiegato che la Rivoluzione americana non fu un evento politico dall’essenza gnostica, come la Rivoluzione francese, perché «non fu un movimento ideologico nel senso delle successive rivoluzioni europee. Non intendeva creare un nuovo ordine dell’essere, ma ristabilire i diritti degli inglesi che si riteneva fossero stati violati» (The New Science of Politics, ed. University of Chicago Press, 1987(reprint), p. 159).
È l’Europa che ha corrotto l’America, e non viceversa. Il marxismo culturale che infesta le università americane dal 1968 non è nato in America, ma in Germania, da dove Lenin lo ha trapiantato in Russia e la Russia bolscevica, dopo la Rivoluzione del 1917, lo ha diffuso nel mondo.
La Rivoluzione del Sessantotto partì da Berkeley, ma il suo teorico, Herbert Marcuse (1898-1959), è nato e morto in Germania. L’ideologia Woke ha radici europee, attraverso Marx, Gramsci, la Scuola di Francoforte, il post-strutturalismo francese.
L’“Americanismo” condannato da Leone XIII con l’enciclica Testem benevolentiae del 22 gennaio 1899, più che una dottrina, costituiva una spiritualità dell’azione, che il modernismo ha sviluppato in maniera ben più ampia e articolata, anche sul piano teologico. La crisi della Chiesa attuale è figlia del modernismo europeo, non certo dell’americanismo. Uno dei collaboratori più stretti del cardinal Ottaviani fu il teologo antimodernista americano John Clifford Fenton (1906-1969) e uno dei cardinali più vicini a mons. Marcel Lefebvre fu il cardinale americano John Joseph Wright (1909-1979).
L’enciclica Testem benevolentiae va letta inoltre accanto a un’altra importante enciclica di Leone XIII, la Longinqua Oceani, del 6 gennaio 1895, in cui il Papa riconosce gli aspetti positivi dell’esperienza americana: la crescita rapida del cattolicesimonegli Stati Uniti; la libertà religiosa di fatto, che ha permesso alla Chiesa di svilupparsi senza persecuzioni; l’iniziativa e il dinamismo della società americana. Leone XIII non condanna l’America, né la considera anticristiana per natura. Il Papa afferma però che la separazione tra Chiesa e Stato, così come concepita negli USA, deve essere considerata come un fatto contingente, non come un ideale normativo universale.
Sul piano politico, inoltre, gli Stati Uniti di Clinton e Obama non sono certo quelli di Reagan e Trump. Parlare di un’unica America ha poco senso. Negli Stati Uniti, come in Europa, si confrontano due linee culturali, quella che si richiama al marx-illuminismo e quella, oggi prevalente, che rivendica le radici cristiane della società.
Nel suo discorso a Monaco, il segretario di Stato Rubio si è espresso in questi termini: «Per noi americani, la nostra casa può trovarsi nell’emisfero occidentale, ma saremo sempre figli dell’Europa.(…) La nostra storia è iniziata con un esploratore italiano che si avventurò nel grande ignoto per scoprire un nuovo mondo, portò il cristianesimo nelle Americhe e divenne la leggenda che ha definito l’immaginazione della nostra nazione pioniera. (…) E’ stato qui, in Europa, che sono nate le idee che hanno piantato i semi della libertà e cambiato il mondo. (…) Ed è questo il luogo dove le volte della Cappella Sistina e le guglie svettanti delle grandi cattedrali testimoniano non solo la grandezza del nostro passato o il Dio che ha ispirato tali meraviglie».
Tra le cattedrali americane che si ispirano a quelle europee, c’è Saint Patrick, la cattedrale di New York. La scelta di costruirla in «puro stile gotico», secondo Benedetto XVI, non fu casuale. L’arcivescovo John Hughes (1797-1864) «voleva che questa cattedrale ricordasse alla giovane Chiesa in America la grande tradizione spirituale di cui era erede» (Benedetto XVI, Omelia nella Cattedrale di Saint Patrick del 19 aprile 2008).
Alle radici dell’anti-americanismo c’è, innanzitutto, un problema di teologia della storia. Leone XIV, Papa americano, ha richiamato nel suo discorso ai diplomatici del 9 gennaio la necessità di rileggere la Città di Dio di sant’Agostino. Ma se invece di usare le categorie di sant’Agostino volessimo usare quelle di Carl Schmitt, dovremmo dire che l’anti-americanismo cattolico nasce dall’incapacità di definire il nemico. E potremmo aggiungere che non riesce a definire il nemico chi non riconosce ed ama i propri amici, perché la confusione non nasce dall’ignoranza, ma dall’amore mal ordinato. Sant’Agostino lo spiega con una delle sue formule lapidarie: «Disordinata è ogni anima che ama ciò che non deve amare» (De Civitate Dei, XV, 22).


